| Internazionale June 24 2005 Hassan el Sawaf vorrebbe solo tornare a casa e nei prossimi giorni ci proverà. Ma se non hai presto mie notizie, mi scrive, vorrà dire che mi hanno arrestato. Il suo paese è stato preso in ostaggio da criminali armati. Hanno disonorato alcune donne arabe strappandogli il velo e aggredendole durante le manifestazioni. Controllano da vicino le mosse dei presunti dissidenti e reagiscono con la violenza contro chiunque sfidi apertamente la loro autorità. Un popolo che un tempo era pieno di vitalità oggi è in preda al terrore. Le cose stanno così ormai da troppi anni. Penserete che stia descrivendo la dura condizione in cui vivono i palestinesi. E invece sto parlando degli egiziani. A El Sawaf, che è un imprenditore, hanno detto che se lascerà Londra per tornare al Cairo è probabile che sia arrestato e messo in prigione. Non ho commesso nessun reato, insiste. Non ho debiti. Non sono coinvolto in traffici illeciti. Lunica cosa che faccio è scrivere per un paio di riviste e sul mio sito. A parte alcune splendide eccezioni, il tono dei suoi scritti è educato. Non punta mai il dito contro qualcuno in particolare; contesta solo lautoritarismo. Le cifre che riguardano le spese di esercito, polizia, intelligence e quelle del presidente non sono accessibili, neanche al primo ministro, spiega El Sawaf. Il nostro parlamento sdentato è al corrente solo di ciò con cui gli è stato permesso di giocare senza correre rischi. Ma perché quel che succede in Egitto dovrebbe importare al resto del mondo? Quando gli faccio questa domanda, El Sawaf si anima. Cita un collega egiziano, il famoso sociologo e difensore della democrazia Saad Eddin Ibrahim: Le società che limitano gli spazi concessi ai cittadini per la partecipazione e lespressione del loro dissenso finiranno per generare una reazione perversa, rabbiosa e letale. Traduzione: svegliatevi, occidentali. Lislam radicale conquista dei sostenitori assetati di sangue quando le moschee prendono il controllo del paese per intere legislature, in mancanza di una rappresentanza politica vera. La legge di emergenza egiziana, in vigore da ventiquattro anni e introdotta per colpire i militanti musulmani, è stata usata per eliminare anche i modernizzatori. La legge da un lato consente al presidente Hosni Mubarak di restare al potere, dallaltro di mettere i veri democratici dietro le sbarre. Il mentore di El Sawaf, Saad Ibrahim, è un ottimo esempio di questo atteggiamento. È a capo del centro Ibn Khaldun, con sede al Cairo. Il centro prende il nome da un intellettuale musulmano del quattordicesimo secolo pioniere nello studio delle culture. Tra gli obiettivi del centro cè la registrazione delle violazioni dei diritti umani e il monitoraggio delle elezioni in Egitto. Cinque anni fa alcuni funzionari prelevarono Ibrahim e altre 27 persone dal centro e dalla lega delle elettrici egiziane. Dopo una detenzione di 45 giorni, furono portati davanti a un tribunale militare. Per più di due anni il governo costrinse Ibrahim a passare dal tribunale alla prigione, processandolo sempre sulla base di accuse inconsistenti e condannandolo a pene molto pesanti. Fu allora che intervenne George W. Bush. LEgitto è il secondo paese per gli aiuti ricevuti dagli Stati Uniti e il presidente americano cancellò un aumento previsto di 130 milioni di dollari. La comunicazione della sua decisione era accompagnata da una lettera di protesta per lultima condanna di Ibrahim. Al Cairo i burocrati e gli intellettuali andarono su tutte le furie. Ma centinaia di arabi liberali di tutto il mondo seguirono lesempio di Bush e mandarono al governo egiziano una lettera di appoggio a Ibrahim. Un paio di mesi dopo lEgitto annunciò un nuovo processo, con il quale Ibrahim fu definitivamente prosciolto da ogni accusa. Hassan el Sawaf vorrebbe che al governo di Mubarak capitassero altri episodi del genere. Secondo lui il mondo deve ficcare il naso negli affari dellEgitto per il bene della sicurezza collettiva. Basta navigare nelle chat arabe in questi giorni per vedere che non è il solo a pensarla così. Per adesso però rimane solo nella sua lotta contro il governo egiziano. Vorrei che le autorità smentissero le accuse contro di me, oppure le rendessero note, spiega. È terribile vedere come la povertà e la miseria hanno la meglio quando manca la democrazia. Ma io insisto anche perché sono egoista, voglio vivere senza paura in un paese che è tanto mio quanto loro. Se il presidente Bush può tollerare questo tipo di egoismo, allora le prossime mosse sono chiare: deve smettere di fare da cuscinetto a Mubarak. Deve aiutare gli egiziani a coinvolgere anche i critici più feroci, islamici compresi, in un processo elettorale. Per i frustrati e i fanatici è un modo legittimo di dire la loro. Nel frattempo i musulmani di tutto il mondo hanno un dovere: se difendono il diritto al ritorno di ogni palestinese, allora non devono essere ipocriti. Devono chiedere apertamente a Mubarak di permettere ai suoi cittadini di tornare. |