Irshad Manji
Internazionale, 25 february 2005
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Il dubbio del perdono

Alcuni mesi fa sono andata a vedere un muro ricostruito accanto al sito del World trade center. Sul muro la gente aveva scritto messaggi personali. Mi aspettavo di leggere espressioni di vittimismo, risentimento e vendetta. Invece tutti i messaggi celebravano la vita e l’amore. Qualcuno aveva disegnato una croce, una mezzaluna e una stella di David che piangevano. Un altro aveva scritto: “Quando spegniamo la luce siamo tutti dello stesso colore”. Uno scemo aveva attaccato al muro una gomma masticata e le aveva dato la forma di un cuore. Ricordo di essermi fatta questa domanda: se la gente che viene dal Kansas, dal Kosovo e dal Kuwait può dimostrarsi così incline alla pietà, forse possono fare altrettanto i paesi?

Da allora continuo a cercare intellettuali con il coraggio di affrontare ad alta voce questo interrogativo. Dio benedica Ellis Cose per averlo fatto. Veterano del giornalismo e autore di saggi sui problemi dell’uguaglianza, Cose ha girato il mondo alla ricerca di indizi su come guarire dalla brutalità. Ha assistito alle sedute delle Commissioni per la verità e la riconciliazione in Perù e in Sudafrica. Ha studiato le tecniche di mediazione ispirate dagli aborigeni della Nuova Zelanda. Dagli intoccabili indiani ai genitori di bambini assassinati in America, tutti hanno storie positive da raccontare. Il risultato è Bone to pick (Atria Books 2004), un lungo saggio su “perdono, riconciliazione, riparazioni e vendetta”. Temi senza tempo di cui avvertiamo tutti l’urgenza. Oggi mentre si discute sul tipo di processo che dovrebbe subire Saddam Hussein, su come sconfiggere al Qaeda e sulle accuse di crimini contro l’umanità rivolte agli americani e ai loro alleati, l’intervento di Cose è più che mai necessario. Siete avvertiti, però: è emotivamente faticoso.

Nella prima metà di Bone to pick, Cose si concentra sulle persone e sulla loro lotta per venire a patti con l’abuso, la spoliazione e la perdita definitiva. Proprio quando arriva il messaggio che il perdono può essere una scelta di egoismo illuminato e quindi una possibilità ragionevole, lui tira fuori un’altra storia di orrore. Poi un’altra. E un’altra ancora. Narratore allenato, Cose non sa quando fermarsi.

Eppure vale la pena sopportare queste storie perché permettono d’interrogarsi sui paradossi della giustizia. Per esempio, il perdono è una cosa buona e giusta: ma quali azioni lo meritano? Rifiutandosi di “trasformare il perdono in un feticcio”, Cose ammette che estendere la pietà agli oppressori a volte è immorale e ingiusto nei confronti di chi potrebbe volere delle risposte, ma non ha voce per pretenderle. I morti, dopotutto, non possono parlare. Affrettarsi a mostrare compassione non è d’aiuto neppure per le vittime che sono ancora in vita e devono imparare a essere meno sottomesse, come le mogli che subiscono degli abusi. Allo stesso modo, suggerisce Cose, la vendetta è inefficace contro “i criminali che vogliono morire”. Questo è un richiamo alla realtà per chiunque voglia ridurre gli attentati suicidi. Come Cose, non posso schierarmi ciecamente con quelli che si ritengono indifesi, vittime sventurate del sistema. Anche se sostengo con passione la fine dell’occupazione militare dei Territori palestinesi, mi hanno deluso le reazioni degli attivisti palestinesi in Nordamerica, che coprono di sputi, prendono a calci e intimoriscono i simpatizzanti d’Israele fino a ridurli al silenzio, e quindi all’intransigenza.

Bone to pick cita altri tipi di delirio di onnipotenza: le molestie a un bambino bianco da parte di alcuni latinoamericani, una madre che finge di non capire che suo marito fa sesso orale con la figlia, e la rozza manipolazione di Winnie Mandela nel processo per la verità e la riconciliazione in Sudafrica.

Diciamolo chiaro e tondo: le vittime hanno la capacità, e spesso la volontà, di essere carnefici. Di qui la necessità di domare il nostro istinto vendicativo, che ci porta in una strada senza uscita. Magnifico, ma qual è l’alternativa? Per i paesi l’alternativa è amare il futuro quanto il passato. Forse dietro il conflitto tra israeliani e palestinesi non ci sono solo arabi ed ebrei che rivendicano la stessa terra, ma due popoli educati a “non dimenticare mai”. Non dimenticare mai l’Olocausto (nel caso degli ebrei), la sconfitta nella guerra del 1948 contro Israele (nel caso degli arabi), l’espulsione da Gerusalemme nel 70 dopo Cristo (nel caso degli ebrei), il sacco di Gerusalemme da parte dei crociati cristiani (nel caso degli arabi) e così via. Un altro intellettuale, Jedediah Purdy, laureato a Yale e professore all’università di Duke, afferma che la capacità di dimenticare è preziosa per la costruzione di un paese. “Saper dimenticare ci permette di restare aperti al mondo”, scrive nel suo ultimo libro Being America (Knopf 2003). “Può sembrare sgradevolmente comodo, per chi ha sofferto poco come la maggioranza degli americani. Ma ciò che sembra comodo non è necessariamente sbagliato. Proprio perché la storia umana è abbastanza lunga e brutta da riempire il mondo di rancore, non dovremmo aiutarla a continuare la sua opera”. Guardiamo al futuro.

L’idea di amare il futuro tanto quanto il passato può mettere radici in Afghanistan? Forse sì, visto che qualche mese fa ci sono state le prime elezioni libere. Ora il paese ha un’autorità centrale rappresentativa, guidata dal presidente Hamid Karzai. Ma ancora una volta, le elezioni potrebbero essere una semplice fase di ristagno nella marea della storia. Il sociologo musulmano Ibn Khaldun ha concluso che negli ambienti difficili dove c’è scarsa ripartizione del lavoro, le società musulmane cercano di sopravvivere rafforzando i legami della parentela tribale. Dobbiamo chiederci se gli afgani considereranno i leader tribali più legittimi degli organismi eletti. Il tempo ce lo dirà. Intanto, chi è interessato alla costruzione postbellica, anche in Iraq, può ricavare alcuni utili suggerimenti dalla ricerca svolta da Cose in tutto il mondo. Un consiglio per i nuovi governi: non limitatevi a riconoscere i crimini contro il popolo; chiedetevi come chiamare i responsabili a risponderne. Prendete atto che la religione può essere una forza unificante. Ma non aspettatevi miracoli! Cercate sistemi creativi per ristabilire la dignità delle vittime senza mandare il messaggio che i responsabili sono stati magicamente assolti.

Su questo sfondo, Cose affronta finalmente il tema della schiavitù negli Stati Uniti. È qui che la capacità di dimenticare lo irrita. Cose ribadisce che quando gli americani dichiarano di non sentirsi in debito nei confronti dei neri perché non hanno partecipato personalmente alla schiavitù, sono degli ipocriti: “Ci sono persone arrivate in America meno di dieci anni fa che, pagando le tasse e partecipando alla vita politica americana, si assumono la responsabilità di una serie di scelte che non li riguardano direttamente. Pagano debiti contratti da vecchi presidenti, riconoscono gli obblighi di trattati negoziati da diplomatici ormai lontani dalla scena politica, ma accettano anche una tesi che di fatto dice ‘i torti razziali, e qualsiasi responsabilità per il loro risarcimento, non durano più di una generazione’”. Tutto questo ci porta a un quesito cruciale per la nostra epoca: qual è la differenza tra conoscere il passato ed esserne dominati? È una domanda per gli americani, certo. Per gli afgani, sicuramente. Ma è più urgente, credo, porre questa domanda a proposito degli arabi che nutrono rancori verso l’occidente. Perché da questa domanda ne nascono molte altre.

Se un’amministrazione americana riconosce l’appoggio storico degli Stati Uniti ai regimi arabi, cosa dovremmo fare dopo quest’ammissione? Un’altra invasione per liberare i popoli oppressi? La sola idea fa rabbrividire. Forse sarebbe sufficiente mettere fine a questo appoggio con un boicottaggio petrolifero. L’America ha il dovere morale di risarcire i popoli torturati dai governi arabi? Gli islamisti potrebbero prenderlo come un atto di corruzione e un’ulteriore interferenza nelle vicende interne dell’islam? “Per noi, negli Stati Uniti, perdonare i responsabili della strage dell’11 settembre è quasi impensabile”, scrive Cose. “Ma che dire delle popolazioni da cui venivano i terroristi? Possiamo permetterci di non perdonare queste comunità?”.

No, l’America non può evitare la riconciliazione. Il problema resta come arrivarci. Farsi sotto o girare alla larga? È questo il dilemma del prossimo futuro.