IL FOGLIO QUOTIDIANO GIOVEDÌ 23 GIUGNO 2005

Antiorientalismo

Manji, autrice di “The trouble with Islam”, ci spiega come si può riformare la religione “del deserto”

Londra. “Possono le nostre società restare aperte e pluraliste senza cadere nel relativismo?”. Secondo Irshad Manji, giornalista canadese e autrice del libro “The trouble with Islam” (“Quando abbiamo smesso di pensare?”, Guanda), questa è una delle grandi sfide del nostro tempo. Manji, che qualche settimana fa ha concluso una serie di incontri in Gran Bretagna, avrebbe dovuto parlare anche a Leicester. La sua conferenza, però, è stata cancellata su consiglio della polizia. “Se avessi proposto di proseguire con l’evento, alla luce del parere della sezione speciale della polizia – dice Manji al Foglio – il direttore amministrativo dell’Università avrebbe insistito per la cancellazione”, le ha scritto uno degli organizzatori. Il caso di Leicester è da aggiugere a quello di Birmingham, dove qualche mese prima una rappresentazione teatrale fu sospesa per le proteste di un gruppo di Sikh. Un tempo, i liberali britannici sarebbero insorti di fronte alla possibilità che una minoranza organizzata possa far tacere voci di dissenso, ma anche loro – sostiene Manji – sono vittime della confusione tra liberalismo e relativismo, che impedisce “di prendere posizione, e di distinguere tra cultura e tortura”.

Perché Manji suscita opposizione anche negli ambienti che dovrebbero esserle politicamente vicini? Per capirlo, è opportuno soffermarsi sulla formazione culturale dell’intellettuale occidentale dei nostri giorni e sull’impatto del libro “Orientalismo” di Edward Said, morto nel 2003, mantra indiscusso dell’intellighenzia liberal europea e americana da oltre due decenni. Per Said, la cultura occidentale sarebbe colpevole di avere costruito nei secoli un’immagine dell’altro, arabo e musulmano, volta a giustificare antagonismi, imperialismo e progetti egemonici. Questa semplificazione dei rapporti tra occidente e oriente – anche se a tratti raffinata e colta – è diventata la summa degli intellettuali contemporanei, antropologi e orientalisti in particolare.

Manji invece parla, da musulmana, dei rapporti tra occidente e islam con presupposti antitetici a quelli dei numerosi seguaci di Said. Non si sottomette all’autorità né dell’establishment islamico né di quello del mondo accademico progressista, ed è pertanto vista e trattata come un’eretica. “Nel vittimismo collettivo, molti miei correligionari hanno smarrito – dice Manji – il senso di agenzia individuale. Noi musulmani non abbiamo mai avuto bisogno dell’occidente per opprimerci: l’oppressione l’abbiamo saputa fare meglio da soli”. La giornalista canadese continua, sottolineando la denuncia selettiva dell’imperialismo. “Quello arabo ha fatto molti più danni per l’islam dell’occidente. Soltanto il 20 per cento dei musulmani è arabo – dice Manji – eppure controlla la nostra cultura e la nostra religione. Noi musulmani siamo stregati dal deserto”.

Il ritorno alle origini

L’“islam del deserto” è, per Manji, l’islam oscurantista seguito dalla maggioranza dei musulmani. La sua riforma è un “ritorno alle origini, al periodo d’oro della storia musulmana”, quando, nel campo della matematica, della scienza e anche della filosofia, il mondo islamico era all’avanguardia, quando – aggiunge Manji con malinconia – nella sola città di Cordova si contavano 70 biblioteche”. Il concetto centrale di questa riforma è l’ijtihad (termine giuridico per definire l’interpretazione indipendente delle fonti legali), basata sul riconoscimento dell’individualità e rimpiazzata dal formalismo letterale dell’“islam del deserto”. “Ogni religione – aggiunge – ha i suoi fondamentalisti, ma chi, nel cristianesimo o nell’ebraismo, dissente non mette a repentaglio la propria vita. Solo nell’islam non è possibile obiettare senza timore di rappresaglie”. Manji racconta al Foglio di alcuni giovani musulmani in America, e in medio oriente, che condividono le sue proposte, ma hanno paura di mettere in discussione l’establishment islamico. “Quando chiedo cosa intendano per paura, mi rispondono paura di violenza fisica”. I nemici e i detrattori di Manji, sempre più numerosi, l’accusano di essere al soldo della CIA e del Mossad, “mi dicono di non essere musulmana, ma ebrea”. Il suo libro però continua ad avere successo. La traduzione in arabo può essere scaricata gratuitamente dal suo sito. “La riforma dell’islam non partirà dal medio oriente, ma dai musulmani americani – dice Manji – In Arizona stanno preparando una traduzione riformista del Corano. I musulmani della mia generazione in Nord America sono consapevoli della fortuna di vivere in queste società e della necessità di proteggere la libertà”. A New York, su iniziativa di Manji, sta per aprire la Fondazione Ijtihad. Lo scopo sarà la formazione di giovani musulmani desiderosi di riconciliare libertà e islam.

Guglielmo Verdirame